Verde smoothy di cachi e cocco

Nell’eventualità di uno smoothy, dice, tenete sempre una banana in freezer. Tagliata a tocchi più o meno (meglio meno) grandi, pronta per fare da cremosa base ad un frullato la cui voglia ti assale al mattino, a metà giornata, a metà pomeriggio o prima di cena.

Bisogna però stare attenti: con il frullato ingurgitiamo in percentuale una quantità maggiore del singolo frutto e più frutta in generale in minore tempo. È praticamente una botta di zuccheri in vena, come una versione super-sana della cocacola. Ciò quindi non significa che il frullato sia davvero davvero sano. Botta di zuccheri, carburiamo velocissimi per pochissimo tempo e poi arriva come un lupo nella notte la fame. È quindi consigliato dilatare il tempo in cui si beve il frullato e, possibilmente, farne uso (eh oh, io ci ho un po’ la dipendenza) solo prima/dopo aver fatto sport.

Oggi al lavoro sono andata di corsa perché ha iniziato a piovere, nevischiare e grandinare tutto in uno. Ho fatto un’ora di straordinario dovendo tradurre una serie di mail da girare in India. Ho trovato una ragazza che vuole imparare l’italiano ed è di Israele e mi insegnerà in cambio l’ebraico. Ho da fare la terza revisione di un racconto; quindi serviva decisamente dell’energia.

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Ingredienti

1 avocado
1 banana di freezer
1 caco vaniglia
1/2 bicchiere di latte
1/2 cucchiaino di vaniglia in polvere
1 cucchiaio di farina o polvere di cocco, che dirsi voglia.

(Stando attenti a non far arrabbiare Freezer per avergli sottratto una banana) sbucciate la frutta, tagliate a tocchetti, mettete tutto in un contenitore utile allo scopo e frullate. Potete aggiungere un cucchiaino di zucchero di canna se la frutta non dovesse essere abbastanza dolce per i vostri gusti; ma il caco di solito fa il lavoro suo e se è molto maturo non avrete bisogno di altro.

E voilà! Il recupero della voglia di vivere tutto in un bicchiere!

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E buongiorno!

English muffin salato

Quando arrivai a Montréal non sapevo nulla delle colazioni locali, quindi mi limitai ad osservare quello che facevano i miei coinquilini. Due sono ragazze francesi, uno è invece un quebecchiano doc, B., che in generale si alza presto per andare a lavoro e poi passa la quasi totalità del suo tempo a casa della sua compagna. Quelle poche volte che l’ho beccato a fare colazione, insomma quando ero ancora sotto l’effetto del jet lag, si è sempre preparato questo muffin inglese con uova, formaggio e affettato.

Non gli ho mai chiesto quali fossero esattamente gli ingredienti, ma ho spiato il suo piano frigo e sono giunto alla ricetta che trovate sotto. L’unica mia licenza poetica è stata la scelta del formaggio: lui mette il cheddar arancione in forma di sottiletta, io avevo un po’ di brie ottenuto come rimanenza gratuita alla fine della giornata europea delle lingue in università e ho usato quello.

Nota sull’english muffin: qui a Montréal si trova in ogni supermercato, ma farlo a casa non è troppo difficile. Il muffin inglese è effettivamente inglese, viene storicamente prima del muffin dolce americano, ed è quello che veniva venduto dall’uomo focaccina, prioprio il muffin man della canzone:

Do you know the muffin man,
The muffin man, the muffin man,
Do you know the muffin man,
Who lives in Mulberry Lane?

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Ingredienti

1 english muffin
1 uovo
2 fette di prosciutto affumicato gaspesiano
brie
sale cu bì
pepe cu bì

Tagliate a metà il muffin e mettetelo a tostare. In una scodella non troppo grande sbattete l’uovo col sale e il pepe.

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B. usa esattamente quella piccola scodella, che mette nel microonde per due minuti e mezzo. Non avevo mai messo l’uovo nel microonde, l’effetto è interessante. Si crea una sorta di bolla di frittata alta alta, che si sgonfia appena finiscono le onde, diventando una sorta di frittatina senz’olio (dunque una frittata non fritta, dunque non una frittata) che prende la forma della scodella.

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Mentre l’uovo si gonfia, tagliate pezzetti sottili di brie. Quando le due cotture sono termiante, assemblate il panino, mettendo il brie tra uovo e muffin caldi, così da farlo fondere un po’. In alto il prosciutto affumicato gaspesiano.

(B. mette sopra anche la maionese o altre salse un po’ a caso, io preferisco una versione più light. Sconsiglio solo di imburrare il muffin, che contiene già del burro.)

Da mangiare caldo, magari con un bicchiere di latte.

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E buongiorno!

Smoothie con mortella di palude e melagrana

La giornata di studi su Colette è passata e già incombe la piccola presentazione sulla Martingale per il corso sulla letteratura del ‘500. La casa è silenziosa per l’assenza di metà coinquilinaggio, la zucca di Halloween inizia a marcire e fuori il cielo è grigio. In parole povere novembre.

A metà ottobre il mercato si è riempito di canneberges, piccole palline rosse che hanno gli affascinanti nomi italiani di “mortalle di palude” e “ossicocchi” (ok, anche “mirtillo rosso americano”, ma vuoi mettere con mortella di palude?). In inglese “cranberry” (zoooombie! zooombie! zooooombie e e e e e!). Insomma, palline rosse troppo acidule per mangiarle da sole, ma ottime per fare uno smoothie.

Montréal ama gli smoothie (pronuncia “smutìi”), in parole povere frutta frullata con latte e altri vari ingredienti random, dallo sciroppo d’acero alla frutta secca. Ad oggi, si trova più facilmente uno smoothie che un latte caldo.

La mia coinquilina si fa sempre degli smoothie a colazione, e ora che è in vacanza a Toronto onoro la sua memoria copiandola.

Visto che poi sono in questo loop onomastico, aggiungo che i semi della melograna si dicono arilli.

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Ingredienti

un bicchiere di latte
un cucchiaio di arilli di melagrana
un cucchiaio di anacardi
un cucchiaio di sciroppo d’acero
un cucchiaino di zucchero di canna grezzo
una manciata di mortelle di palude
3 cucchiai di yogurt bianco

Presto fatto. Frullate insieme latte, yogurt, anacardi, arilli di melagrana, mortelle e sciroppo d’acero. Frullate bene perché l’anacardo deve frantumarsi bene, al punto di percepirne appena i granuli.

Mettete in un bicchiere e aggiungete lo zucchero di canna grezzo, che aggiungerà una nota scrocchierella.

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E buongiorno!

α

Latte Chai

Fuori piove, sono le 9 e sembra l’imbrunire grigio. Devo ancora comprare un giaccone degno dell’inverno al nord, perché ho speso questi giorni a correggere gli esoneri di mezzo corso sui trovatori che G., dall’alto della sua cattedra e dei suoi finanziamenti, mi ha assegnato. Mentre la correzione avanza su dubbi del tipo “ma una scrittura paicevole vale punti in più?” e studenti che a fine compito augurano buona settimana di pausa (perché a metà corso c’è una settimana di vacanza), in questo mentre, insomma, arriva il momento in cui hai ampiamente sforato il tempo massimo che ti eri imposto per chiudere la pratica.

Scatta allora la corsa alla correzione coatta, dal risveglio fino a esaurimento del materiale da revisionare, e si impone la necessità di una colazione piacevolmente rapida e fruibile senza impegno. Calda, perché è freddo. Perciò un latte chai.

Ora, è una delle prime cose che ho assaggiato a Montréal, non so ancora se sia latte chai, latte speziato, chai au lait, chai olé o chissa quale altra combinazione. L’ho sempre bevuto nel pomeriggio, ma l’altro giorno ho visto gente che lo beveva al posto del caffè mattutino. Indi per cui ho provato anch’io, e nulla mi vieterà in futuro di ripudiare la caffeina del cappuccino per qualcosa di teinizzato.

Questa che vi presento è la mia ricetta, che a mio gusto riproduce abbastanza fedelmente il più buon latte chai che abbia bevuto. Almeno nel gusto, poi nel procedimento no, perché al bar montano la schiuma del latte con il vapore, cosa che io non posso fare. E soprattutto hanno una miscela di tè chai che non è identica alla mia. Poi io non so come sia la mia, perché non mi hanno dato l’etichetta al negozio, ma in generale non c’è troppo anice e non è speziato oltre misura.

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Ingredienti

300 ml di latte di soia
4 grammi di tè chai indiano
un cucchiaio di sciroppo d’acero puro
cannella c.b.

Scaldate il latte di soia fino all’ebollizione e quando inizia a bollire mescolatelo per non farlo traboccare. A me piace tenerlo sul filo del bollore perché finge di condensarsi minimamente. Poi sarà suggestione mia, eh. In ogni caso il latte deve essere a temperatura ustionante. Quando sta per straripare spegnete, infondete il tè direttamente nel latte (se mi vede Claudio, che vende i tè a via dei Banchi Vecchi, mi mena) e lasciate almeno 4/5 minuti. Il tempo di infusione è più lungo rispetto a quella dell’acqua, quindi seguite anche un po’ il vostro gusto, ricordando però che il chai indiano è un tè nero e che alla lunga amareggia per i tannini.

Terminata l’infusione, dovete fare la schiuma, perché senza non è la stessa cosa. Io utilizzo il minipimer: sarà ridicolo, ma mi dà il risultato che cerco. A questo punto mettete  il latte chai nella tazzona o nel bicchierone e aggiungete lo sciroppo d’acero (metterlo ora permette di avere una schiuma non dolce). Infine spolverate di cannella.

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E buongiorno!

α

Pane di segale al 50% con semi

La Polonia pullula di festival letterarî (e il polacco è una lingua che se alla fine della parola senti una i un po’ più lunga ne metti due, di i. Ad es.: della filosofia = filozofii. Ecco perché il circonflesso prima della parentesi) e sono tendenzialmente ottimi festival. Perché i polacchi – cui come ad ogni persona capita di fare pecionate o di essere inadeguati – prendono molto sul serio la tradizione interna; mentre all’università noi tendiamo a citare i francesi o al massimo gli anglofoni, i polacchi citano i polacchi e sono sempre informati sulle ultime pubblicazioni di letteratura, di critica, di cinema, di arte. Conoscono sempre gli artisti cittadini, ad esempio. A Cracovia, poi, si campa di vernissage. Questo rispetto per l’arte che si fa sul territorio, quest’arte molto vicina, rende il clima vivace, gli artisti disponibili e presenti. Così questa settimana – l’ultima prima che io mi seppellisca come contabile jr. in una multinazionale che, andando di pari con un autore polacco, soprannomineremo Mordor – in città c’è il Conrad Festival e succedono cose bellissime ogni giorno. Ed è tutto gratuito. Cultura a palate. Vita.

È molto che non propongo un pane. Ho progressivamente abbassato il contenuto di farina rispetto all’acqua e il pane diventa più morbido e più poroso, il che è evidente soprattutto con le farine bianche. Quelle scure (farro, integrale, segale) sono più pesanti e non ho capito ancora se è possibile farle alveolare di più. Ma come direbbe A., che ci devi fare con tutti quei buchi che la marmellata ci passa dentro?

Ingredienti

200gr di pasta madre rinfrescata
400gr di acqua tiepida
350gr di farina tipo 650
300gr di farina integrale di segale, tipo 2000
2 cucchiai di semi di chia
1 cucchiaio di semi di lino
1 bicchiere di amaranto soffiato
1 cucchiaino di malto
2 cucchiaini di sale

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Anzitutto la pasta madre va lasciata ammorbidire qualche minuto nell’acqua tiepida, in cui abbiamo sciolto il malto. A quel punto è possibile aggiungere le farine, i semi e l’amaranto soffiato e iniziare ad impastare. A seconda del tipo di acqua che avete nei rubinetti e della farina che starete utilizzando, è possibile che sia necessaria una manciata di farina in più: non fatevi scrupoli. L’impasto deve rimanere un po’ appiccicaticcio e bagnato, ma deve formare comunque una “palla” di forma definita.
Arrivati a questo punto – ci vogliono circa 7/10 minuti di impasto manuale – aggiungete il sale: anche qui, è possibile che per reazione chimica abbiate bisogno di aggiungere un pochetto di farina in più, tenete sempre il pacco a portata di mano.
Date una spolverata finale, coprite e lasciate a riposto per 2 ore.
Passato questo tempo, fate un giro di pieghe: essendo l’impasto morbido, anziché praticare delle piegature a tre preferisco tirare l’impasto da sotto a sopra, tutto in torno. Questa modalità viene chiamata stretch and fold, cosa utile per trovare qualche video su youtube e vedere di cosa sto parlando (la maggior parte degli impasti saranno molto più idratati rispetto alla nostra ricetta, fate caso solo al movimento!). Lasciate quindi riposare ancora.
Io e la mia pasta madre ci intendiamo oramai molto bene e posso lasciarla lievitare senza pieghe anche per quattro, cinque ore. Ma è consigliato ripetere l’operazione delle pieghe ogni ora per tre volte; formate quindi il pane e lasciatelo riposare ancora un’ora sulla teglia.

A quel punto infornate: 220° per 20 minuti e altri 20 minuti a 190°.

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e buongiorno!

Torta al cacao vegan

Prima leggevo un intelligentissimo articolo sulla filologia materiale. Alle volte mi chiedo se le intelligenze spese nella filologia non sarebbero potute essere qualcos’altro di immediatamente utile al mondo. Un dottore, ad esempio. Un ingegnere. Un architetto. Me lo chiedo perché sono impressionato dalle capacità intelletive di alcuni, da quanto brillantemente riescano a dubitare, dalla mole di pensiero e di tempo dietro ogni parola, anche quella non detta.

Ma è un discorso sciocco, dettato dallo stupore.

Intanto la bibliografia procede, c’è pausa solo per i pasti, e a volte arriva M. a cena. Per l’evento ho unito la gola alla cortesia e ho preparato una torta vegana, che è buona qui è buona lì, come il té. Cioè se la può mangiare M. che è mezza vegetariana, la mia coinquilina che è vegana, sua sorella che abita non lontano,  sua cugina che stiamo ospitando e pure gli altri due coinquilini. La veganità del piatto dava ottime speranze di consistenti reliquie per la colazione, obiettivo primigeno dello slancio culinario (perché dai, ti pare che posso fa’ ‘na torta la mattina? Mi autodigerisco nell’attesa).

È andata bene, ho profanato la dolce reliquia con un bicchiere di kefir.

Ingredienti

200 gr di farina integrale
4-5 cucchiai di cacao amaro in polvere
1 bustina di lievito veg
1 cucchiaino scarso di bicarbonato
80 gr di zucchero di canna integrale
1 cucchiaio di olio di cocco
1 avocado ben maturo
330 ml di latte di soia
2 cucchiaini di succo di limone

Mettete nel mixer l’avocado, l’olio di cocco, il latte e il limone e frullate bene. Mescolate le farine e aggiungeteci quanto appena frullato, senza lavorare troppo l’impasto. Infarinate la teglia, versate il composto e poi in forno per almeno mezzora a 200°C.

Se mettete sopra una manciata di zucchero, si formerà una doratura leggermente caramellata, come in foto.

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Yogurt e frutta secca

Mi infilo nei blog altrui, perché sono arrivato al Nord anch’io ormai da un mese, seppur 5 paralleli più giù del nord altrui. Mi infilo per necessità di scrivere e di mangiar bene. E come autore secondo e secondo colazionista, preferisco partire dalla base.

La base, in questo caso, non prevede cotture o elaborazioni, solo un’armonica unione degli ingredienti, che poi sono yogurt e frutta secca. Ottima unione se sono le sei di mattina, fuori si gela e il ritardo si va già accumulando.

Da novello canadese non posso esimermi dall’uso di sciroppo d’acero, ovviamente puro. E sì, è decisamente più buono di quello finto che si trova alla Coop. Montréal ospita anche una rilevante quantità di frutta secca, immancabile in ogni alimentari a prescindere dalla grandezza. Ne consegue che il dépanneur sotto casa è in grado di soddisfare ogni richiesta di frutta disidratata, noci, nocciole, pinoli e semi vari.

Ho così scoperto un nuovo amore: l’anacardo. Finora è sempre stato un nome che si incrociava con quello del cardo blu, che si fa seccare e si usa come decorazione. In più si creva il cortocircuito con la dittonomia Capri-Anacapri, cardo-anacardo. Ora è per me semplice cajou, nome meno centrifugo. E poi è divertente scoprire su che tipo di pianta cresce.

 

Ingredienti

200 gr di yogurt bianco biologico
3 cucchiai di latte di mandorla
1 cucchiaio di semi di zucca
1 cucchiaio di semi di girasole
1 cucchiaio di anacardi
1 cucchiaio di mirtilli rossi disisdratati
sciroppo d’acero puro

Basta unire tutti gli ingredienti e la colazione è servita. Per le quantità vale il gusto personale; io metto più semi di girasole, che sono più piccoli e scrocchierelli. Per un’irresistibile scrocchievolezza, sostituite lo sciroppo d’acero con lo zucchero grezzo di canna, quello un po’ grosso, il risultato sorprende.

Il latte di mandorla non è indispensabile, ma conferisce una nota leggermente legnosa che, unita allo sciroppo d’acero, trasposta l’incoscio nel bosco all’alba.

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E buongiorno!