Spalmabile di tofu

In questi mesi di silenzio molte cose sono cambiate.

Anzitutto io non vivo più al Nord (ma solo per quest’anno). Sono tornata a fare il pieno di luce romana e urla domestiche qui, in Europa meridionale.

Poi, da un vegetarianesimo tendente al veganesimo ho fatto il grande passo della consapevolezza: era qualcosa che era in me e mi attendeva. La prima volta che ho iniziato un regime vegetariano sentivo che ad avere senso compiuto fosse il veganesimo. Poi ho ripreso a mangiare proteine animali, mi sono laureata, sono partita in erasmus. E ho scoperto il prezzo della carne. E ho scoperto cosa significa vivere in Europa continentale, lontano da qualunque mare. Così ho smesso di mangiare pesce, tranne qualche puntata al sushi. Ho vissuto e stretto amicizia con una ragazza vegana, l’ho interrogata in merito. Le sue scelte morali sono assai lontane dalle mie, ma mi è capitato di cucinare dolci vegani, colazioni vegane, pranzi e cene, pizze e creme spalmabili affinché tutti potessimo partecipare alle feste senza imbarazzo.

Una mattina di febbraio mi sono svegliata e mi sono resa conto che la carne e il pesce erano uscite dall’ordine dei miei pensieri mentre, nei mesi successivi, ogni volta che mi accorgevo di aver preparato un piatto vegano per caso mi sentivo felice. Perché significava che la carne occupava una parte molto astratta della mia mente, una parte tradizionale (o tradizionalista, forse?), impostami; una parte astratta lontana dalla mia pratica. E così, il cambiamento.

Il cui ritardo – sarebbe potuto accadere già nel 2012 – è dovuto alle pressioni sociali cui sono stata sottoposta a Roma e al mio farmi un sacco di problemi a incidere sulla realtà domestica. Perché non vivendo da sola, mi rendo conto di occupare uno spazio tutto mio nel frigo della famiglia, di richiedere uno sforzo maggiore per la diversificazione dei miei piatti quotidiani e della mia dieta. Oggi non posso più rinunciarvi.

È buffo vedere quanto spesso a Roma mi capiti un commento stizzito non solo sul fatto che sono vegana ma, soprattutto, sul fatto che ogni tanto mi capita di mangiare proteine animali. Incomprensibilmente, questo secondo fatto crea nei miei conoscenti uno stato di irritazione talvolta tendente alla furia. Necessità di sentirsi sempre in comando delle regole morali? Non so.

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Ho trovato un simpatico articolo della BBC  dell’anno scorso, in cui si ipotizza un what if tutto il mondo diventasse vegetariano o vegano da un momento all’altro. C’è anche una versione ridotta in italiano. Chiaramente essere vegani è un’opzione per noi occidentali che non abitiamo in mezzo al deserto – anche se ho da poco scoperto che un bambino su tre, in Polonia, attualmente, è denutrito. Come che sia, non sono una sostenitrice della veganizzazione a oltranza; ma una significativa riduzione dei consumi di proteine animali (prodotti di caseificio inclusi, non solo carne) è assolutamente necessaria. Insomma, alle preoccupazioni di tipo politico-dichiariamo-guerra-e-uccidiamo-innocenti si sono aggiunte, nella mia vita, le preoccupazioni di tipo politico-alimentare. Perché essere vegani è una scelta politica.

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Pur vivendo a Sud, non ho smesso di fare colazione come se stessi al Nord. Stamattina ho finalmente provato a fare uno spalmabile a casa e il risultato è stato entusiasmante! Questo perché non sempre ho il tempo di andare da Dall’albero, una fromaggeria vegana aperta da una ragazza brillante. È un posto bellissimo, andateci.

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Spalmabile di tofu

300gr di tofu

2 cucchiai di fiocchi di lievito non attivo

1 cucchiaio di olio

2 cucchiai di limone

pepe, sale, un pizzico di curcuma

 

Ricetta più semplice non c’è: togliete dal tofu l’acqua in eccesso, spezzettatelo e mettete con il resto degli ingredienti nel mixer o nel bicchiere del minipimer. Frullate tutto ed è fatta… ora avete solo bisogno di una bella fetta di pane e qualche verdura fresca

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e buongiorno!

Porridge alla banana

Oggi voglio presentarvi una delle colazioni che faccio più spesso: perché è facile, è veloce ed è fatta di pochi ingredienti. Quando mi svegliavo alle 6 per recarmi da IBM, dove ho lavorato quest’inverno, era la colazione che mi dava la forza di affrontare i -14° e il buio. L’alba mi raggiungeva mentre scivolavo sulle vie lastricate di ghiaccio.

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Nonostante non sia particolarmente gradevole all’occhio – intendiamoci, si tratta di fiocchi d’avena cotti in acqua e latte in cui si va a sciogliere una banana! – ha il vantaggio di non dover essere zuccherata, perché la banana, scaldandosi, libera i suoi zuccheri e addolcisce tutto.

È la mia terza primavera a Cracovia. Questa stagione mi ispira qualche tipo di sentimento atavico, un riconoscimento di qualcosa di preistorico: gli alberi sono ancora spogli, la terra molle e nera e carica di pioggia, l’erba è quella dell’anno passato, piegata dal calpestio della neve invernale. Il sole appare una volta a settimana, incerto, velato dalle nuvole. Questi otto gradi che ci fanno tremare nel cappotto primaverile sono però una conquista: e conservano la perfezione di questa colazione che ustiona, che spande il suo odore dolce a lungo per le stanze della casa, che scalda a lungo e soffia, leggera, l’incontro tra i frutti di terre lontane fa loro.

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Ingredienti:

una banana
4 cucchiai di fiocchi d’avena
un cucchiaio di uva passa
un pugno di noci
un quarto di bicchiere di latte vegetale
un bicchiere d’acqua
cannella
noce moscata

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Portata ad ebollizione l’acqua in un pentolino dal fondo spesso, versatevi i fiocchi d’avena e fate cuocere tre-quattro minuti. A quel punto aggiungete la banana tagliata a fettine e fate cuocere altri quattro minuti o fino all’assorbimento dell’acqua: a quel punto aggiungete il latte, le noci e le uvette. Ancora due minuti – giudicate voi dalla consistenza, può volerci un attimo di più o di meno; servite in ciotola e cospargete di cannella e noce moscata…

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e buongiorno!

Pane noci e mele

Nel mio febbraio pieno di presentazioni&papers&cose-à-remettre, una delle gioie è il lievito madre che lievita alla grande. Tempo di grandi sperimentazioni, dunque, perché veder crescere quei mucchietti di acquane farina fa sempre un gran piacere, tra il provare nuovi intrugli e nuove farine, nuove pieghe e nuovi ingredienti, nuovi tempi di lievitazione e nuovi modi di strattonare la pasta.

Questo, tuttavia, non è un blog di panificazioni, ma di colazioni al Nord. Confesso di sentirmi un po’ ospite, in questo blog. Malleveria me ne ha aperto le porte, senza limitazioni, ma faccio ancora fatica a viverlo come anche mio. Mi faccio continue domande sulla legittimità delle mie ricette e sulla loro attinenza al tema. Per dire, sono molto più a mio agio a casa di Malleveria che non su questo blog. Questo non per sottolineare il disagio, ma per giustificare le mie ricorrenti giustificazioni a proposito delle colazioni proposte.

Non è un blog di panificazioni, dicevo, ma di colazioni. E quindi perché propongo un pane? Perché al mercato Jean Talon, che è forse la cosa più bella tra quelle più vicine a casa mia, vendono del pane alle mele e noci. Quindi, siccome non sono mica figlio della serva (al massimo nipote), pure io mi faccio le mie belle fettine di pane alle mele a casa.

(Visto che sto in Canada e non so quasi nulla della sua storia, parte la rubrica “Note biografiche di personaggi Canadesi” [Dal pubblico risuona un “Ma non te sentivi a disagio? Mo te permetti pure de apri’ rubriche a muzzo?”. Il confort è uno stato mentale, va conquistato]. Oggi ovviamente tocca a Jean Talon, primo intendente della Nouvelle France [quella parte di Nord America che si accaparrarono i Francesi, prima di perderla miseramente] intendente, dicevo,arrivato nel Nuovo Mondo nel 1665 con l’obiettivo di dare una bella spintarella a questa colonia. Come fare? Importando sbuscione, come direbbe M., e lanciando la corsa al popolamento. A ciò aggiunse anche la prima fabbrica di birra del luogo. Per dire, alcool&gnocche, secondo inaspettati stereotipi.)

E, finalmente, pane mele e noci. Da notare che non ho la bilancia, quindi è tutto molto a occhio. Ho sempre odiato quando mi dicono fai a occhio, ma sono tirchio e non la compro la bilancia, quindi userò delle unità di misura random ma, spero, comprensibili.

Ingredienti

80-130 di lievito madre
2 cup di farina bianca
1 cup di farina integrale
1/2 cup di semolino
1 cucchiaio colmo di cacao
2 cup d’acqua tiepida
1 cucchiaino raso di zucchero
2 cucchiai di olio evo
1 pugno di fiocchi d’avena
1 manciata di mele essiccate (circo 70 gr, le mie erano una 15ina di pezzi)
1 pugno di noci di pecan
2 pugni di noci normali

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Quando sperimento finisco sempre per mescolare mille sperimentazioni diverse, andando contro tutti i criteri scientifici. Il risultato questa volta era buono, non fosse stato un po’ bruciacchiato sotto, quindi direi che vi potete fidare. Sono ancora nella fase in cui non guardo al valore delle mie azioni, quella fase insomma in cui usare 3 kg di burro non mi suscita problemi sulle conseguenza cardiovascolari. Cucnino nell’ingoranza dei valori nutritivi. Ma sto sperimentando, come Marie Curie.

Partiamo dai tempi del rinfresco del lievito madre. Ho iniziato in tarda mattianta, ho lasciato fuori il lievito rinfrescato per 3 ore, dopo di che ho conservato una parte per il prossimo pane e il resto l’ho usato subito. Preferisco, senza un particolare motivo culinario, unire il lievito madre al resto dell’impasto del pane solo quando questo inizia già ad avere una sua fisionomia. Mi piace vedere come le due parti si fondono, piuttosto che imporre acqua e farina al caro lievito.

Subito dopo aver pranzato, ho unito le farine:

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Mescolando sperimentazioni, non so quale sia alla fin fine l’effetto del semolino nell’impasto, ma questo dosaggio mi dà un buon pane quindi sto continuando a usarlo per i pani scuri. Parlo di pani scuri perché un’altra sperimentazione è l’aggiunta del cacao. Dà al pane un bel colore scuro e un lievissimo retrogusto piacevole che spesso sfora nell’impercettibile. Ho iniziato a aggiungerlo per soddisfare un’impulsiva voglia di cioccolato e, quindi, si tratta più che altro di una sorta di autoconvinzione di star mangiando cioccolata, cosa che invece non è. Mi rendo conto ora di sembrare psicopatico che fa cose a caso; e, ve lo anticipo, manco per i cucchiai d’olio ho una spiegazione né una motivazione, il risultato è buono e non tossico, tanto mi basta, per ora.

Insomma, ho mescolato le farine e aggiunto il cacao:

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Prima di questo, ho dimenticato di dire che le mele e le noci vanno tagliate un po’, nel caso lo preferiste, e poi messe a bagno. In uno slancio di risparmio d’acqua, ho messo tutto a bagno nell’acqua tiepida zuccherata col cucchiaino raso. Dopo una decina di minuti, ho versato il tutto nelle farine e aggiunto i due cucchiai d’olio:

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A questo punto ho impastato un po’, aggiunto il lievito e continuato a lavorare il tutto per una ventina di minuti. Il colore del cacao, contro quello del mio lievito madre di farina bianca, permette di capire quando i due impasti non sono perfettamente fusi. In ogni caso a me, alla fin fine, sono bastate un paio di panificazioni per capire quando l’impasto sta facendo quello che deve, quando gli amidi e i glutini fanno il lavoro per il quale ho continauto a sprimacciarli.

E insomma, taglio a croce, strofinaccio umido e almeno un paio d’ore di attesa, diciamo fino al raddoppio dell’impasto.

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A questo punto – erano ormai le 16 – ho fatto le pieghe a portafoglio, cosa che ho scoperto di recente (‘ste cose me le dice Malleveria, che si informa) e, in effetti, il pane viene più buono. Io faccio così: prendo l’impasto e lo allargo con le mani nell’aria. Si riesce a percepire l’elasticità dell’impasto e i punti da stiracchiare di più. E poi fa tanto pizzaiolo acrobatico al corso base di pizzaioleria acrobatica. Quindi pieghe e poi altre 2 ore di lievitazione.

In mezzo a questa fase di attesa inizia sempre a venirmi la fretta, quindi non arrivo mai a 2 ore di lievitazione ma dopo 1 e mezza massimo sono già lì che riallargo grossolanamente il mio impasto per il alto lungo (sempre con le mani, sempre in aria) e poi lo arrotolo su se stesso per far venire un bel filone.

Volendo sperimentare l’esterno ricoperto di fiocchi d’avena, ho fatto rotolare l’impasto nei fiocchi con la parte superiore rivolta verso il basso. Insomma, non ho messo fiocchi su quella che sarebbe stata poi la base del pane a contatto con la teglia.

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Qualche taglio decorativo e un’altra ora di lievitazione. Poi, era ormai quasi ora di cena, ho infornato a 200° (forse, qua i gradi sono Fahrenheit e il forno continua ad avere una temperatura che credo sia una sua scelta individuale di ribellione sociale). Mi raccomando l’umidità nel forno, io metto una teglia in basso con l’acqua.

Dopo un tempo random che cambia di volta in volta (che poi dicono che se bussi sulla crosta e suona come fosse vuoto allora è pronto), insomma mettiamo un 45 minuti:

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Quando poi, la mattina dopo, gustate un paio di fette, le prime senza aggiunte, le successive anche spalmate di cremosità, scoprite insieme a me che manca il sale. Sì, dimenticato, come sempre. Dai che fa più sano.

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E buongiorno!

La colazione dei campioni

Il ritorno in Canada dopo le feste ha portato con sé tante cose da fare. Nuovi corsi, nuove lingue (antiche e moderne), nuove persone. Anche nuove nostalgie, per non farsi mancare nulla. Però, finalmente, sto tornando verso il medioevo, ne avevo davvero bisogno.

Nel frattempo il mio lievito madre ha trovato una sua stabilità emotiva (o forse era il jet lag) e quindi sono arrivate tante colazioni panificate che vorrei condividere presto. Tipo il pane alle mele che si sta raffreddando in mezzo a mille scricchiolii qui accanto a me.

Nel frattempo ci (=Malleveria e io) siamo presi una settimana di stakanovismo per lanciare la nuova Reading Challenge, la 2017, in multilingua (qua i succosi dettagli). Insomma, partecipate numerosi, ne vale la pena.

Nel frattempo fuori nevica, nevica, nevica. Ma c’è spesso il sole, per fortuna.

Nel frattempo ho cercato anche di dare un’andatura equilibrata alla mia alimentazione. Poi ho finito il burro d’arachidi megapiccante e ho comprato quello normale, scoprendone finalmente il sapore beyond l’infuocatura del peperoncino. E insomma l’equilibrata alimentazione è andata a farsi benedire. Perciò, soprattutto quei maledetti venerdì mattina in cui ho il corso di Sociocritique alle 8.30, per cui mi sveglio alle 6 e non sono in grado di portare a termine operazioni complesse (tipo affettare un’ananas), ho iniziato ad accompagnare una tazza di té (in bustina, perché anche usare un colino è al di là del fattibile) ad una spalmata di burro d’arachidi. Vale come ricetta? Probabilmente no, ma era anche d’obbligo inserire il prima possibile un bagel tra le colazioni, considerato che sono a Montréal, sua patria natia, da ormai svariati mesi.

Dunque voilà la colazione dei campioni, al pari di pane e nutella:

Ingredienti

1 bagel
burro d’arachidi

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E niente, mettete acqua bollente sul bagel e splamate burro d’arachidi sulla bustina. O forse meglio l’inverso.

Che poi mi raccomando. Non mi comprate i bagel del supermercato, che allora tanto vale masticare mastice. Almeno andate al forno, o al bagelaio.

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E buongiorno!

ps – lo so che le 6 di mattina non sono la fine del mondo, però finisce sempre che tutta la settimana vado a dormire alle 9 e poi il giovedì sera, solo il giovedì sera, faccio tardi. A fare nulla poi, eh. Quei misteri che altri han chiamato la fascia oraria delle Bermuda. Che poi, le avete viste le foto che faccio alle 6 del mattino? Che m’è anche scomparsa una metà di bagel da qualche parte. Chiedo che le prove vengano messe agli atti, signor giudice.

 

La semplicità dell’avocado

Oggi la colazione è veloce; stiamo lavorando per rendere il Reading Challenge 2017 più professionale di quello 2016 e quindi studio Adobe Illustrator. Ode ai tutorial su youtube!

Ogni volta che necessito di velocità ricorro ad un ingrediente nutriente e dal sapore delicato: l’avocado! Spalmato sul pane (in questo caso semi integrale al farro di pasta madre) con un po’ di pepe e sale… e al limite un pomodorino sott’olio. Un equilibrio perfetto.
E per non farci mancare gli zuccheri, mezza fettina con crema di pistacchi avuta in regalo a Natale e una spolverata di farina di cocco sopra. Ideale!

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E buongiorno!

La colazione in dono

L’inverno inizia a pesare. A Cracovia, il cielo è sempre velato di smog perché nella cintura più interna le case sono ancora riscaldate coi “camini di maiolica”, in cui alla gente hanno insegnato a bruciare tutto il bruciabile: dal carbone alle scorie atomiche. Sabato si è insediato il nuovo vescovo di Cracovia, un nuovo cattofascista. Il papa sembra in grave difficoltà contro il clero arricchito e monarchizzante. Trump, tanto per, ha chiuso le frontiere ai siriani. Ho fatto la conoscenza con il canale tv di Radio Maria, che ieri mandava sulla tv della mia zia psicolabile programmi cospirativi sulla cattiveria degli agnostici. Poi ho discusso con la suddetta zia che apprezzava il governo dicendomi: “Ma perché, vuoi che ci siano i froci?”

Ha ragione nel sostenere, seppur con altre parole, che il discorso del potere usa la negazione di diritti come forma di annullamento esistenziale, non potendo (ancora) riaprire i campi.

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Sono dunque giornate dure. Il fiume ha gelato – è uno spettacolo emozionante, nel sole. E mortalmente pericoloso.

In giorni del genere sono tornata ad una delle mie colazioni preferite, insegnatami dalla mia amica Karo un giorno di partenza: il porridge di miglio, pere e prugne. Una colazione portatami in dono.

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Ingredienti

4 cucchiai di miglio

1 pera dolce e matura

4 prugne secche

1 cucchiaio di grasso (burro o olio di cocco)

(eventualmente un cucchiaino di miele o zucchero di canna)

Iniziate col mettere a bollire un pentolino d’acqua dove metterete a cuocere il miglio dopo averlo scottato. Intanto fate sciogliere il burro o l’olio di cocco su una padella a fuoco basso e fate caramellare la pera. La buona riuscita della ricetta dipende dalla dolcezza della pera: se questa è sufficientemente dolce e matura caramellerà con i propri stessi zuccheri in padella e non avrete bisogno di aggiungere altro. Altrimenti, potete aggiungere un cucchiaino di miele o zucchero di canna.

Quando dopo 10-13 minuti il miglio sarà quasi cotto mettete dentro le prugne tagliate a listelle e lasciate che l’acqua venga assorbita del tutto. Poi aggiungete le pere e lasciate cuocere ancora un istante, affinché i sapori si mescolino e aggiustino. Servite ancora caldo affinché vi dia la forza di affrontare la realtà, con il suo misto di dolcezza su un letto lontanamente amaro.

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E buongiorno!

Muesli

Il fine sessione è stato segnato da grandi stress e poca fantasia culinaria, visto che c’era bisogno di esaurire i cibi a scadenza prima del temporaneo ritorno al Sud. Sud del caldo, fanno più de dieci gradi!

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Insomma, vista la grande quantità di yogurt che mir estava, ho pensato di fare un muesli e, visto che non ce n’era ancora una ricetta sul blog, eccola qua. Mi è anche venuto il dubbio che una ricettadi muesli debba essere quanto meno sana e equilibrata nelle proporzioni e nei nutrienti. Ecco, questa ricetta non ha questo tipo di ambizioni. Forse è pure equilibrata, ma non per scelta. Sicuramente era bona.

Ingredienti

1 cucchiaio di olio di semi
1 cucchiaio di gocce di cioccolato bianco
1 cucchiaio di mirtilli essiccati
2 cucchiai di bacche di goji
2 cucchiai di anacardi
3 cucchiai di mortelle di paludi essiccate
3 cucchiai di mandorle non pelate
3 cucchiai di semi di zucca
3 cucchiai di semi di girasole
3 cucchiai di arachidi spagnole non pelate
3 cucchiai di sciroppo d’acero scuro
4 cucchiai di fiocchi d’avena

La semplità del muesli. Mettete in una ciotola tutti i semi e i frutti, i più grandi tagliuzzateli per non farli insuperbire.

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Poi aggiungete l’olio e lo sciroppo d’acero e mescolate per distribuirli su tutto il muesli.

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Stendete per bene su una teglia larga ricoperta di carta forno e infornate. È importante che il muesli non sia troppo ammucchiato, altrimenti non cuocerà bene.

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Infornate in forno già caldo a 160° per mezz’ora, girando il muesli ogni 6minuti  per far tostare al meglio e non far bruciare nessun’ingrediente. Non aspettate dieci minuti, le bacche di goji si bruciano facilmente.

Potete conservare il muesli in un baratto per una diecina di giorni. Gli usi sono molteplici, a voi scegliere. Io l’ho usato per la colazione con lo yogurt bianco, ese ci mettete qualche semedi malagrana è anche meglio.

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E buongiorno!